• italianiliberieforti-banner-ilef
  • LIBERIVERITA
  • proposte e progetti
  • Popolari e Flash 2

Mercato e solidarietà nei rapporti fra Europa e Russia

di Giampiero Cardillo Lunedì, 26 Ottobre 2015

4.0/4 rating (1 votes)

Convegno Europa-Russia dalla crisi al dialogo Pavia, Almo Collegio Borromeo 19 ottobre 2015

Mercato e solidarietà nei rapporti fra Europa e Russia

 

Premessa:

Il tema della relazione che ho l'onore di proporvi ha senso se, e solo se, nessuno di noi possa leggere in mercato e solidarietà un ossimoro, magari anche più rilevante di quanto lo sia affermare che possa esistere una notte luminosissima o una guerra pacifica.

Allo stesso modo si dovrebbe poter condividere una possibilità di recuperare l'esperimento profondo dell'Economia Sociale di Mercato nell'EU tanto da divenire lievito per l'economia Russa in un percorso di omogeneizzazione delle economie finalizzato all'adesione della Russia all'EU.

Ma, soprattutto, quello che vi dirò avrà un senso se, e solo se, Europa, Mercato e Solidarietà possano essere letti da tutti noi come sinonimi integrali, almeno sul piano fondativo dei nostri pensieri.

Se così è per tutti, si applica facilmente una facile transizione: Russia e Europa devono, attorno a questo tavolo, rappresentare qualcosa che resista efficacemente anche alla dottrina Huntington.

La dottrina per la quale sussistono ineluttabili conflitti lungo le linee di divisione culturale e religiosa fra aree geografiche e non più lungo linee politico-ideologiche, come accadeva nel XX secolo.

Occorre poter condividere in premessa anche il progetto che l'Europa divenga il luogo di un pensiero ostile alla globalizzazione finanziaria dell'Economia. Ma anche il luogo utilmente ostile sia all'applicazione della dottrina Huntington, come alla perdita di centralità del mare Mediterraneo.

Una Europa che dovrà trovare il modo di opporsi anche allo scollegamento totale con la radice etica e morale cristiana. Una separazione oggi fortemente favorita, ad intra dalla secolarizzazione dei popoli europei. La Santa Sede, fin da San Giovanni Paolo II, ma più chiaramente con Papa Francesco, considera l'Europa terra da evangelizzare, non più da rievangelizzare.

Papa Francesco dedica ormai il suo attivismo magisteriale solo alle periferie del mondo. All'Europa dedica solo a una sempre più controversa resistenza al laicismo dilagante.

Tra le periferie oggetto di attenzione da parte della diplomazia pastorale è compresa la Russia.

Sostengo che la sinergia cattolico-ortodossa potrebbe recuperare in Europa una ritrovata attenzione per le proprie radici cristiane e dare forza nuova alla creazione di un nuovo ordine mondiale, in opposizione a quello creato dalla economia finanziarizzata che devasta il mondo.

La funzione di Kathekon (frenatore) della dissoluzione in Europa è attenuata in seno alle Chiese Europee, immerse nelle paludi del dialogo difensivo. Se da questa palude potesse emergere un patto operativo tra Chiese Cattoliche e Ortodosse, in fase di avanzata definizione, risulterebbero effetti positivi sulle Istituzioni Europee circa la riscoperta delle radici cristiane dell'Europa, se in questa potrà trovar posto la forza di una Chiesa energica, liberata dal silenzio da pochi decenni.

L'Europa oggi, discontinuamente e senza convinzione, si attiva solo in articulo mortis: il necessario e indispensabile Patto Transatlantico, ad esempio, che però è trattato dall'Europa da posizioni di netta minorità a causa della confusione ideologica di cui soffre e di una scarsa unità interna.

L' Europa Unita ha prodotto storicamente le ragioni per la difesa della solidarietà, contro il mercatismo libertinista che, anche ove non dichiaratamente condiviso, incombe e produce un continuo stato di crisi, mai di maggior benessere, aprendo troppe porte alla divisione e al conflitto anche armato in Europa e in luoghi troppo prossimi all'Europa.

Quando si ha a che fare con un tentativo di riordino del mondo che è fondato su potenti istituzioni private a carattere sovranazionale, collegate direttamente o indirettamente con grandi gruppi finanziari, la trattativa può diventare, per gli europei, a tratti anche surreale, se non si poggia su solide fondamenta costitutive condivise, almeno dall'EU.

L'Europa geografica (Russia compresa), dovrebbe essere meglio in grado di costruire continuamente argini alla conflittualità intra-europea, sia quando si tratta di conflitti etero-generati, sia quando si tratta di conflitti di cui si subisce il riflesso, i cui costi provocano cedimenti continui alle logiche estranee a un mercato sociale.

Contro la dottrina Huntington, che ha trovato nuova forza dall'attentato alle Torri Gemelle, si segnala l'attivismo, con largo anticipo sull'EU, della Santa Sede che sostiene da molti anni, difficili trattative per l'unità della Chiesa Cattolica con quella Ortodossa, liberata da pochissimi decenni dall'oppressione comunista. Una accelerazione visibile proprio nell'anno in corso, per bilanciare, si può supporre, la incipiente distruzione del cristianesimo presente da millenni sulla sponda sud del Mediterraneo, la riduzione di quei cristiani a un piccolissimo eroico resto evangelico. La riduzione a periferia di questo mare, centrale per vocazione geografica, per ragioni di potere geo-politico globalista, può essere contrastato solo con un moto europeo che sia forte abbastanza per tracciare qualche autonoma linea sui fogli di progetto del nuovo ordine mondiale.

Questa variante in corso d'opera è possibile, anche se difficilissima e pericolosissima.

L'obiettivo deve essere poter salvare quel che si può del solidarismo europeo. Che, poi, significa frenare anche la dissoluzione apocalittica globale, la\ degenerazione inevitabile del globalismo finanziario senza radici e privo di interesse per i destini dei popoli.

Per questo i temi trattati da questo Convegno appaiono decisivi in questo momento storico.

Occorre, tutto ciò premesso, disciplinare un comune linguaggio.

Condivisione del significato delle parole

La solidarietà di cui parlerò è definita all'interno di un ragionamento di Luigi Sturzo, sacerdote italiano, di cultura eclettica, politico e amministratore innovativo militante, fondatore di un pensiero politico laicamente cristiano e di un partito laico nazionale, il Partito Popolare, che vide la luce nel 1919 la cui eredità dovrebbe essere custodita oggi dal PPE. Fu co-ispiratore, infatti, della Europa unita, uno dei maître á penser dei cattolici europei di ogni tempo.

Seguiamo il suo ragionamento, che parte, come è ovvio, dall'alto.

La libertà non è divisibile; buona nella politica o nella religione e non buona nell'economia o nell'insegnamento? No, tutto è solidale. Vedo che certi cattolici sociali sarebbero disposti ad abbandonare le libertà economiche. Non comprendono che essi così abbandonano la libertà in tutti i campi, anche in quello religioso.

Come si vede siamo lontani da una definizione pietistica e di maniera del solidarismo, ma siamo all'interno di un pensiero complesso, dove solidarietà e buon governo possono diventare laicamente anche sinonimi. Mutatis mutandis la scarsità di libertà economica che denunciava, riferita al socialismo pianificatore, è perfettamente traducibile oggi con la dittatura economica globale dell'economia finanziarizzata, in mano ad una oligarchia di pochissimi, proprio come lo fu il socialismo reale, dove l'economia non ha mai avuto l'uomo al centro. Lì al centro c'era il partito, qui il mercato. La solidarietà è sepolta sotto una profusione di teorie, numeri indice senza collegamento con la vita reale delle persone.

Mai come oggi il primato del personalismo metodologico Sturziano andrebbe riaffermato con forza, quando vediamo necessario riaffermare il primato della persona sulla società.

La società per Sturzo è, dunque, una proiezione multipla, simultanea e continuativa delle attività individuali. L'essenza della persona è libertà, responsabilità, creatività. Con questo bagaglio ci si mette in relazione con l'altro, acquistando solo così piena coscienza di sé.

È con questa necessaria relazione che si definisce la solidarietà.

Le implicazioni politiche e istituzionali di tale impostazione credo siano evidenti.

Infatti tale convinzione definisce in maniera precisa altre figure totemiche nei rapporti fra individui, fra istituzioni e individui, fra istituzioni e fra interi popoli.

Il mercato, per esempio, si conforma per Sturzo come processo relazionale, i cui attori sono gli individui cooperanti, dove gli aggregati sociali non sono entità a sé stanti, indipendenti dagli individui.

L'istituzione: ecco un altro termine sul cui significato occorre intendersi seguendo Sturzo.

Scrisse infatti: l'Istituzione non potrà mai essere un'entità per sé stante. Contro gli organicismi di tutti i tempi, che fanno degli organismi sociali delle entità per sé stanti, io sostengo che la società in concreto è la coesistenza degli individui cooperanti coscientemente per un fine comune, e che né la società, né le sue istituzioni o i suoi organi sono un quid tertium, una ipostasi vivente, una realtà distinta dalla realtà degli individui associati ed operanti per un fine comune. E conclude: chi agisce e chi patisce sono gli individui associati.

Ma è un secondo principio che chiarisce meglio la possibile sovrapposizione dei termini solidarietà e buon governo.

Trattasi della interdipendenza fra morale, politica, economia e cultura.

In altre parole la libertà integrale, individuale, indivisibile.

Non può esserci libertà economica, senza libertà politica e viceversa.

Non c'è esempio nella storia di una libertà che stia in piedi da sola, affermava Luigi Sturzo.

Considerazioni

Contano, perciò, le risposte pratiche che un ordine sociale è in grado di dare ai concreti problemi politici e sociali.

Per questo è da preferire sempre un corretto sistema competitivo a qualsiasi forma di dirigismo.

Solo in questo ambito di libertà si sviluppa una solidarietà solida, collegata al buon governo, dove si esercita la morale, la politica, l'economia e la cultura di un popolo.

Si tratta, quindi, di responsabilità solidale esercitata da singoli individui per ottenere una efficace risposta ai bisogni dei cittadini e un maggior rispetto della libertà, della dignità, della responsabilità delle persone.

Nemico della solidarietà così intesa e perciò sia il dirigismo statale, sia il monopolismo e l'oligarchismo: degenerazioni che la Russia ha sofferto in serie, aggravate da pulsioni imperialiste poco meno che suicide, rispetto alla necessità di rapporti internazionali stretti e duraturi e al benessere della popolazione.

Ma dalle forme oligarchiche monopoliste non si salva neanche il resto del mondo, oppresso com'è da una transnazionale forma di economia finanziarizzata, la cui guida reale risiede in poche mani, lontane da ogni possibile solidale e comune finalità. Lontana, quindi, dalla libertà, dal buon governo, dalla responsabilità distribuita e condivisa. L'homo economicus è nemico dell'umanità, è nemico di sé stesso. Perché è supposto indifferente alla solidarietà, come lo è l'economia finanziaria, dove l'uomo e il territorio che abita non sono necessari. Sono strumenti e non obiettivi.

La competizione, oggi sempre invocata e travisata mediaticamente, deve poter essere ridefinita all'interno del pensiero Sturziano.

Essa dovrebbe essere intesa alla lettera, dal latino cum petere, cercare insieme, lavorare in concorrenza, per porre in essere le condizioni che favoriscano la creazione di una società più libera, solidale e responsabile.

Occorre, perciò, anche avere anche una opinione comune che ci trovi concordi su quale disciplina economica stia oggi seguendo l'Europa, in ordine alla capacità di esprimere solidarietà, se non anche sussidiarietà diffusa.

L'ordoliberalismo e l'Economia Sociale di Mercato abita ancora nelle menti e nei cuori almeno di una parte degli Europei?

Solidarietà e sussidiarietà, come progetto comune, hanno resistito all'urto della economia globalizzata e finanziarizzata?

O, meglio, ha resistito all'economia globalizzata, perché doveva essere finanziarizzata?

A mio parere la battaglia è stata perduta in passato e appare perduta anche oggi.

Ma non così la guerra.

Ci sono segnali evidenti di implosione dell'economia finanziarizzata globalista.

A partire dalla Cina e dai BRICS, in genere.

Tutti in chiaro affanno. Un affanno foriero di inevitabili tentativi degenerativi a causa del riallineamento in basso dei progressi sociali, in esito al drastico ridimensionamento dei tassi di crescita, generati da nuovi, peggiori, rapporti economico-finanziari dei BRICS con il resto del mondo.

Vedremo come si sapranno gestire questi sommovimenti in nuce.

Si vedrà in quale nuovo ordine convergerà la sostanza dei rapporti fra individui e istituzioni, quanta libertà, buon governo e perciò solidarietà saprà esprimere.

Tra i BRICS, la Russia sconta anche una accelerazione di criticità procurata dall'esterno, anche sul piano militare, in quanto manifesta di voler conseguire nuovi obiettivi geo-politici globali. Questo le ha procurato un crescente isolamento, nonostante un attivismo, assai scaltro, sorprendente e competente, di Putin e dei suoi principali collaboratori civili e militari.

I danni subiti dalla Russia si riverberano pesantemente sull'Europa, oggi, come in passato, anche quando tenta di divincolarsi da continue crisi cavalcate con spirito sempre più imperiale.

Nell'Europa la salvezza?

La risposta e sì.

Solo nell'Europa alberga l'unica speranza oggi visibile per costruire una sponda mitigatrice dei danni di un nuovo ordine mondiale troppo imperfetto per costruzione. Un ordine che non trova fondamenta su cui poggiare, seppure in equilibrio instabile. Anzi, sembra un ordine che pare abbia bisogno di questa precarietà in maniera sempre crescente, non escludendo lo stato di guerra continua, a intensità controllata, come normale stato delle relazioni internazionali.

Ma le condizioni di questo esercizio salvifico sono dure e ineluttabili: sia la Russia, che l'Europa, debbono, anzitutto, saldare dei conti all'economia globale e in particolare agli USA a Ovest e Israele a Sud.

Ma il costo ingentissimo di questa operazione complessa si può sostenere solo quando si ristabilisca il paradigma Sturziano per definire solidarietà, concorrenza, mercato, sussidiarietà e buon governo, all'interno dell'Europa e all'interno della Russia, affinché siano massimamente compatibili e condivisibili gli elementi paradigmatici sopra elencati.

Perciò si deve rilanciare in Europa la possibilità di utilizzare la dottrina ordoliberalista, l'economia sociale di mercato, in contrapposizione al libertinismo finanziario globalista produttore di crisi e non di benessere.

Occorrono, però, tavoli permanenti di trattativa.

Tavoli sui quali offrire le cautele che, ad esempio, un Jean Monnet seppe trovare alla fine del secondo conflitto mondiale.

Egli convinse, più che opporre una forza che allora non c'era, per le troppe macerie post-belliche. Una forza che ancora oggi non c'è per la lentezza della costruzione politica, fiscale, militare di una Europa troppo debole per attuare progetti per la costruzione del Cittadino d'Europa. Questa capacità di trattare e convincere è indispensabile per superare gli immancabili condizionamenti esterni, che, oggi come allora, tentarono di ostacolare gravemente tale finalità, con indubbi, sciagurati successi.

Se così pare anche a voi, converrete facilmente anche sul fatto che una Europa, la quale voglia riconquistare la possibilità di elaborare politicamente il proprio presente e futuro, non potrà che aborrire la dottrina geo-politica di Huntington e ricomprendere la Russia quale attore decisivo del processo di rilancio di un nuovo processo di incardinamento progressivo di una economia sociale di mercato europea.

Si postula che l'economia sociale di mercato, quindi, può essere, ma, soprattutto, deve essere rilanciata in Europa. Almeno a motivo del fatto che altra migliore indicazione teorico-pratica oggi non si rintraccia. Tornare indietro non si può. E questo vale per tutti gli Europei. Si deve tentare di fortificare il contrasto europeo al libertinismo economico. Dove non solo l'uomo non è più al centro dell'azione economica, ma risulta un ostacolo tale da vedere annullata la sua dignità di creatura immagine di Dio. Occorre combattere con forze nuove il nichilismo demoniaco nietzschiano, che ne postula sempre più palesemente, con azioni diverse e convergenti, il suo annientamento globale.

Fare davvero politica unitaria di nuovo in Europa significa ridisegnare l'Unione, secondo direttrici geo-politiche. Anche riprovando a saldare il genio e l'energia russa all'organizzazione produttiva germanica, la sola sopravvissuta al processo di de-industrializzazione dell'Europa, ancora suscettibile di sviluppo e ricentramento di obiettivi possibili.

Ciò al fine di inserirsi organicamente in altri settori produttivi non facilmente coercibili dall'esterno, come la vicenda Volkswagen ha ampiamente dimostrato. Questo potrebbe generare ancora una volta un conflitto epocale contro le attuali strategie militari-industriali-finanziarie di supporto al globalismo per bande, che sconvolge ogni giorno il mondo in fiamme, sempre di più spinto sull'orlo di un collasso esiziale.

Occorre ricorrere al bilanciamento degli interessi atlantici, transatlantici e transpacifici secondo un metodo concertante globale che chiamerei metodo Monnet: nessun passo avanti integrativo si potrà fare in Europa, senza pagare un prezzo alla stabilità dei sistemi esterni all'Unione.
La sede che oggi si offre è la trattativa transatlantica, oggi inceppata proprio a causa del riscaldamento dello scontro sullo scacchiere est-europeo e sud-mediterraneo.

La trattativa con gli USA e con le forze economico-finanziarie transnazionali che rappresenta, era nata proprio allo scopo di stabilire, insieme agli USA, un handicap da assegnare all'Europa, proprio perché, se integrata sempre più, si insedierebbe in breve tempo ai primi posti di rating di qualsivoglia specie. Anche questa generosità estorta è solidarietà, cioè buon governo di livello globale. Evitare il disastro globale è aver cura con responsabilità dell'uomo, del suo destino e del suo benessere. Rimettendolo al centro degli obiettivi comuni. Se c'è un prezzo da pagare lo di deve pagare convinti, senza recriminazioni o rancori nazionalistico-imperialisti.

Occorre perciò sfruttare con obbligata generosità le possibilità che la crisi della globalizzazione, ormai conclamata dalla crisi cinese e degli altri BRICS, offre ogni giorno di più.

Se è vero, come credo, che non si possa saldare la Russia al destino dell'Unione senza una piattaforma alta, fatta dei mattoni di titanio del liberalismo ordinato, solidale e sussidiario, è anche vero che ciò si debba realizzare bilanciando i danni che, anzitutto gli USA, altri ne avrebbero sul piano interno, al netto dei danni che subirebbero entità economiche sovranazionali che al momento governano il disordine mondiale, sempre generatore di troppi collassi.

Alla trattativa transatlantica ora manca la presenza russa, che sarebbe invece decisiva e non solo per dare forza all'Unione a una guida franco-germanica ormai azzoppata.

Sulla scia di Monnet, si deve operare perché nessun europeo debba pensare che l'ordine nuovo di marca europea sia pensato contro gli USA, contro il popolo americano. E solo una garanzia data anche dalla Russia, oltre che dalla Germania e dalla Francia, potrebbe essere convincente sul piano politico interno degli USA.

Se questa è la prospettiva, forse unica per l'Europa, occorre che l'economia sociale di mercato si installi al più presto, almeno come prospettiva politica generale, nella concreta pratica economica della Russia, così come deve essere re-installata concretamente e palesemente nelle istituzioni europee, da tempo travolte da tensioni contrastanti eterodirette, più o meno palesemente, più o meno intensamente.

Putin ha scritto nel lontano 2012: Le sfide esterne che trasformano il mondo intorno a noi, ci pongono nella condizione di assumere decisioni nell'ambito dell'economia, della cultura, delle tipologie d'investimento e delle politiche di bilancio pubblico. La Russia è parte di un grande mondo, tanto da un punto di vista economico, che sotto il profilo della diffusione e del rilievo culturale. E ancora: i nostri sforzi saranno tesi alla formazione di un nuovo ordine mondiale, basato sulle realtà geopolitiche contemporanee, in un processo graduale privo di inutili turbamenti. (La Russia e il mondo che cambia, Moskovskiye Novosti, 12 febbraio 2012).

Ma ha aggiunto in un'intervista alla TV Svizzera RTS, il 23 settembre 2015: Ma lei capisce bene che, se per discutere degli affari inerenti le nostre politiche con i nostri partner europei, dobbiamo andare a Washington, è quanto meno una cosa abbastanza curiosa, non trova?

Questo atteggiamento del pensiero non favorisce l'ottimismo della speranza. Non sembra che la Russia abbia compreso, o che sia disposta a comprendere, la necessità di un ordine mondiale in cui gli USA abbiano una parte assai rilevante nell'amministrarlo.

Perciò non basta superare i rigurgiti di dottrina Huntington e riaprire una solida trattativa transatlantica, occorre presentarsi a quel tavolo con un modello di capitalismo sociale credibile e condiviso, al fine di:

  • sopire le pulsioni volte a valorizzare le differenze culturali, accettandole come motivo e luogo di scontro fra civiltà;
  • offrire la garanzia, rintracciata nella storia, di motivi di continuità, per rilanciare un capitalismo sociale diffuso in una Europa dai confini allargati ad est e riconquistando con determinazione comune la centralità del Mediterraneo in Europa, ora ricacciato a fungere, con le sue terre marginali, da periferia ostile e sempre in fiamme
  • ottenere che le parole di Putin abbiano seguito concreto nel mitigare il proprio neo-capitalismo oligarchico troppo vicino al globalismo, se non ideologicamente, concretamente nella pratica finanziaria. Riconoscere la necessità che gli USA in Occidente e Israele nel sud Mediterraneo abbiano una parte principale nel formulare le direttrici di un ordine nuovo conveniente anche per loro;
  • comprendere che si possono integrare delle quantità, solo se sono di qualità compatibili. Allora se dobbiamo migliorare in senso solidale la prestazione del mercato europeo per sopravvivere ad uno stato di crisi globale crescente, occorre, di converso, che il mercato russo, quando abbia voglia di integrarsi, faccia sforzi notevoli in quella direzione virtuosa in tempi molto brevi.

Conclusione

L'Europa senza la Russia ha una gamba in meno per muoversi e resistere al collasso del globalismo finanziario.

L'Europa senza solidarietà, senza buon governo, senza radici laicamente cristiane, senza un progetto di crescita dell'integrazione politica, istituzionale, specialmente fiscale e militare, non è finora attrattiva per la Russia, la quale deve essere soprattutto sottratta alla necessità di politiche imperiali antagoniste agli USA e a Israele, soprattutto. Esse saranno la sua rovina e trascineranno l'Europa nel baratro della guerra ad alta intensità sullo scacchiere sud-mediterraneo e su quello balcanico, scaturigine di tutte le grandi guerre, se la Russia e l'Europa assieme non correggeranno le proprie politiche.

Ripristinare, dunque, la condivisione di un pensiero autonomo europeista e correttamente discendente dalle ragioni prime dell'Unione Europea.

Tali obiettivi sono: la pace, attraverso la collaborazione solidale e l'integrazione istituzionale e territoriale, e la rifondazione delle ragioni di una Economia Sociale di Mercato come fonte e culmine di solidarietà diffusa.

È questo un percorso da fare insieme con la Russia, gli USA e Israele, se non per convinzione ancora profonda, almeno per calcolo elementare.

Senza Europa, la Russia sarà isolata e costretta a combattere su troppi fronti guerre ibride e, perciò, a impoverirsi.

Senza la Russia l'Europa potrà offrire troppo poco sul tavolo della trattativa necessaria con gli USA e perciò otterrà pochissimo in termini di autonomia nella costruzione di una Regione del mondo che si ritiene ancora omogenea e capace di vivere un diverso paradigma sociale, sostenuto dall'obiettivo della pace, della giustizia, della libertà e della solidarietà.

Senza il recupero delle radici cristiane ora quasi non rintracciabili, oltre che non dichiarate, questo percorso appare privo di spinta propulsiva duratura.

Le ragioni di sola opportunità sembrano insufficienti, sia per l'Europa, sia per la Russia.

Come in uno specchio, si potrebbe leggere ciò che la Chiesa di Roma sta facendo, per convincersi che anche l'Europa e la Russia devono tentare la scalata di questa parete liscia e insidiosa. O si va avanti o si muore. E non in senso solo figurato. Il modello che la Russia e l'Europa devono adottare è simile al percorso che la Chiesa affronta in questi anni.

L'accelerazione della trattativa della Chiesa di Roma con la Chiesa Ortodossa, segue un ragionamento sovrapponibile a quello sopra esposto.

Se l'Europa è quasi perduta al cristianesimo, se la società europea corre dietro a Dioniso e a Nietzsche, non resta che volgersi ad est e a sud, alle periferie del mondo cristiano.

Il prezzo che paga la Chiesa, per potersi presentare compatibile per un processo integrativo con i russi ortodossi e con le altre Chiese ora divise, è sotto gli occhi di tutti: uno sforzo a volte lacerante e doloroso di normalizzazione dei propri eccessi comportamentali interni, che hanno giustificato e giustificano sempre più divisioni e fughe centrifughe.

La Chiesa non si è sottratta a pagare il prezzo più alto proprio negli USA, facendosi spogliare di ricchezze materiali e di benefici protocollari, arrivando persino a non poter più vendere né comprare: uno scenario Apocalittico, che ha costretto un Papa alle dimissioni. Quasi denudata ha riacquistato tanta forza da essere protagonista dell'affaire Cuba, un affaire dipanato tutto intorno alle problematiche USA, dopo che Cuba si era separata dalla vicinanza con la Russia e con la Cina. Pagato il prezzo, la Chiesa spera a ragione di poter ricominciare a contagiare negli USA, ad aver voce, ad invertire la tendenza che l'ha ridotta al silenzio.

Queste riforme nella Chiesa accettano il rischio di accogliere un policentrismo di fatto, basato, però, su una carta condivisa, comune, composta da principi e obiettivi (il Vangelo).

Abbiamo la segreta speranza che questa rivoluzione interna di Francesco e l'apertura alla Chiesa Ortodossa possa forse sostenere, in futuro, anche uno sforzo rievangelizzatore delle nostre terre europee, oggi quasi del tutto perdute.

Sembra questo il momento propizio per tentare anche sul piano politico generale Europeo, ciò che, in altro ambito, sta facendo la Chiesa con indubbi progressi.

Prima che faccia danni irreversibili un sentimento diffuso in molta parte dell'Europa: lo stare con Putin, parola d'ordine oggi usata dai populisti di tutta Europa, di sinistra e di destra, in chiave fortemente anti-europea.

Questo sentimento popolare di vicinanza alla Russia di Putin, accreditato come nemico dell'Europa, è un sentimento avvelenato da una distorsione del ragionamento.

Infatti danneggiare l'Europa, colpirne al cuore il favore popolare, costituisce paradossalmente un doppio danno, sia per la Russia, che per l'Europa.

È necessario che la Russia per prima rompa questo meccanismo logico, questo suo reclutamento improprio della Russia nelle file degli anti-europeisti, al fine di custodire la pace e la stessa esistenza di Russia e dell'Europa.

Se solidarietà è sinonimo di Buon Governo, allora una Europa migliore dovrà associare una Russia migliore, meno imperiale e isolata, seguendo e utilizzando le sinergie offerte dal riavvicinamento della Chiesa Cattolica e Ortodossa.

Una Europa più forte e una Russia integrata resistono meglio alla economia finanziarizzata e al globalismo in crisi.

Una resistenza solidale e disponibile soprattutto verso gli USA a Ovest e verso Israele a Sud.

Con gli USA occorrerà dividere i danni evidenti di una stagione economica senza futuro che collassa continuamente e con Israele occorrerà accelerare il progresso di integrazione Europea, per assicurare un caposaldo utile a far slittare i confini d'Europa ai confini sud degli stati rivieraschi, recuperando territori ora investiti da disordine e guerra senza fine.

  • Stampa l'articolo:

Commenti (0)

Leave a comment

Please login to leave a comment. Optional login below.